Sami e gli altri

di Stefano Anastasia

Ven, 11/09/2009 - 06:09

Smisurata rispetto alla tragedia appare la pur necessaria ricerca delle responsabilità nella morte di Sami Mbarka Ben Gargi, il quarantunenne morto il sabato scorso nel San Matteo di Pavia, qualche giorno dopo il suo trasferimento dal carcere locale. Un mese e mezzo di sciopero della fame non poteva non esser visto e seguito dalla struttura penitenziaria, se non altro per i problemi che un suo esito infausto (come quello che effettivamente c'è stato) avrebbe potuto causare sui responsabili dell'Istituto. Ci sarà stato, certo, qualche ritardo e qualche sottovalutazione iniziale (il carcere è luogo estremo, di proteste estreme, che fortunatamente – però – non arrivano sempre alle loro naturali – ed estreme – conseguenze), ma non si può dire che l'Amministrazione penitenziaria non se ne sia fatta carico, se non altro per assolversi da addebiti e da responsabilità. Forse qualcosa in più avrebbe potuto fare la magistratura che, anche dopo l'aggravarsi del quadro clinico, ha ritenuto ancora sussistenti le ragioni per tenere in carcere Sami, in attesa di un giudizio per un'accusa che  riteneva ingiusta e infamante.
Dunque, il conto delle responsabilità, dirette o indirette che siano, si farà e – come sempre – arriverà a babbo morto, quando nessuno (tranne i suoi cari, familiari e amici) ricorderà chi fu Sami Mbarka Ben Gargi. Oggi, invece, questa morte, consapevolmente accettata come esito possibile della sua protesta da Sami, non può non farci riflettere sulla carcerazione, sui rischi del suo abuso, sulle alternative possibili a questa sfida tragica tra privazione della libertà e autolesionismo.
Gli stessi giornali di ieri, accanto alla notizia della morte di Pavia davano notizia del suicidio di un trentaduenne detenuto nel carcere di Teramo. Secondo gli amici della casa di reclusione di Padova, che ne tengono scrupolosamente il macabro conto (su www.ristretti.it), siamo ormai a quota 50 morti in poco più di otto mesi: anche questo un record, come quei 64mila detenuti che non si conoscevano dall'immediato secondo dopoguerra del Novecento.
A dispetto dei luoghi comuni, la pena detentiva produce una sofferenza spesso intollerabile, particolarmente nelle condizioni di sovraffollamento come quella in cui ci troviamo, con circa 20mila detenuti più della capienza disponibile. Dopo la storica sentenza Suleimanovic del luglio scorso, che per la prima volta ha visto l'Italia condannata a Strasburgo per il trattamento inumano indotto dal sovraffollamento, come ufficio del Difensore civico di Antigone stiamo valutando alcune centinaia di richieste di ricorso alla Corte europea dei diritti umani.
Il Ministro Alfano continua a sottovalutare, agitando chiacchiere da bar (costruiremo nuove carceri, l'Europa ci deve aiutare, et similia). La verità è che il piano carceri del Governo, se avesse i finanziamenti necessari (che non ha!) darebbe 17mila posti in più nel 2012, quando in carcere, a questi ritmi di incremento della popolazione detenuta, ne serviranno altri 40mila. La verità è che il sovraffollamento italiano non dipende dalla posizione dell'Italia nel Mediterraneo e dai poveracci che arrivano, quando arrivano, sui barconi, ma dal populismo penale di cui la destra fa un uso spregiudicato: oggi il reato di clandestinità, ieri quello di mancata ottemperanza all'obbligo di allontanamento dello straniero irregolare e gli aggravamenti delle leggi sulle droghe e la recidiva. Nessuna sicurezza in più, ma tanta propaganda a buon mercato, sulle spalle di Sami e dei suoi infelici compagni di detenzione.


donna di denari