di Carlo Leoni
Dom, 13/09/2009 - 21:54
In modo del tutto inaspettato Silvio Berlusconi ha evocato, nei giorni scorsi, le stragi di mafia dei primi anni novanta e lo ha fatto non per riaffermare una condanna da parte del Governo da lui presieduto o per ricordare chi in quelle stragi perse la vita, ma per criticare e perfino minacciare i magistrati che su quegli eventi sono tornati ad indagare non per sfizio ma perché in possesso di nuovi elementi indiziari.
Perché mai il Presidente del Consiglio dovrebbe inquietarsi di fronte alla ripresa delle indagini sulle stragi di mafia ?
Per il semplice fatto, stando alle sue parole, che egli teme di finire invischiato in quelle indagini sulla base, come dice lui, di “teoremi” costruiti ad arte da “magistrati politicizzati” che vogliono sovvertire l’esito delle ultime elezioni usando, peraltro, il denaro pubblico.
Questa favola secondo la quale ai magistrati inquirenti, e soprattutto alla Procura di Palermo, piaccia allestire “teoremi” e su questa base avviare indagini su personaggi famosi, è stata purtroppo diffusa a piene mani dagli organi di informazione ogni volta che il lavoro investigativo, spinto dal dovere di accertare notizie di reato, si è avvicinato ai santuari del potere politico. E’ successo con Andreotti, con Mannino, con Dell’Utri, con Cuffaro, con Berlusconi e con diversi altri.
Fin dal lavoro compiuto da Giovanni Falcone , è risultato evidente che non si può parlare di un “terzo livello” politico che manovra i capimafia come fossero, questi ultimi, dei burattini al soldo di questo o quel leader. Ma si è dimostrato con altrettanta evidenza che le organizzazioni mafiose, agendo in proprio e per propri fini economici e di potere, hanno bisogno di rapporti stretti con pezzi del mondo politico ed imprenditoriale. Se non fosse così si tratterebbe di banali, ancorché pericolose, bande di gangsters.
Da sempre le mafie hanno avuto bisogno di referenti e sodali nel potere politico locale e nazionale. Non lo dicono i “teoremi” inventati da qualcuno ma atti di indagine e perfino sentenze passate in giudicato, come la famosa sentenza Andreotti che molti hanno presentato come assolutoria, ma che invece sosteneva e dimostrava in che modo l’importante uomo politico democristiano sia stato fino all’inizio degli anni ottanta, un referente di Cosa Nostra.
C’è un filone di indagine, sul quale hanno lavorato diverse Procure e non solo quella palermitana, che cerca di appurare se sia vero quanto sostenuto da diversi capimafia ormai nelle patrie galere, e cioè che di fronte al crollo dei vecchi partiti dovuto alle inchieste di “Mani pulite”, la mafia sia andata alla ricerca di nuovi referenti nazionali e di nuove protezioni, fino a contribuire alla nascita di nuovi partiti ( Forza Italia ?) e a cercare una “trattativa” con lo Stato. Secondo questa ipotesi le stragi del ’92 e del ’93 servivano a costringere lo Stato a trattare con Cosa Nostra.
Si ricorda spesso che però, fino ad oggi, queste indagini non hanno portato a nulla e si sono chiuse con archiviazioni. Quindi, direbbe Berlusconi, si sono spesi inutilmente i soldi degli italiani.
Giuseppe Di Lello, fine giurista e collaboratore di Falcone nel pool antimafia, ha parlato di questo argomento sul Manifesto di sabato scorso con parole limpide che come tali riportiamo.
“Sono anni che molti magistrati fanno sempre riferimento ai mandanti occulti delle stragi e bisogna rilevare che, attenendosi al più rigoroso garantismo, sempre da anni archiviano le relative inchieste quando non approdano a risultati concreti. Oggi, in presenza di nuovi elementi, ripartono le indagini e siamo abbastanza sicuri che, se non troveranno elementi di prova, torneranno ad archiviare ; nel frattempo, però, il loro dovere, essendo ancora obbligatoria (non sappiamo per quanto) l’azione penale, è quello di andare avanti, mentre il dovere dei cittadini, delle istituzioni e della stampa, è quello di vigilare che non ci siano interferenze di nessun genere”.
Il Guardasigilli Alfano, di fronte alle polemiche giustamente suscitate dalle parole di Berlusconi, ha assunto una posizione corretta sotto il profilo istituzionale. Ma non ha spiegato perché, se il suo Governo vuole davvero combattere le organizzazioni criminali, non ritira il ddl sulle intercettazioni che indebolisce enormemente chi deve indagare anche sui poteri mafiosi.
Quel che teme Berlusconi è un autunno complicato sotto il profilo giudiziario nel quale vengono a scadenza non pochi appuntamenti per lui delicati : la pronuncia della Consulta sul “lodo Alfano”, l’inchiesta milanese sui diritti televisivi gonfiati ad arte, l’appello per il processo Mills e soprattutto il processo d’appello a Marcello Dell’Utri attore fondamentale della nascita di Forza Italia, già condannato per associazione mafiosa.
Nello stesso articolo già citato Di Lello scrive : “Non sappiamo bene cosa pensi Berlusconi della mafia, ma sappiamo, per esempio, cosa pensa di un mafioso doc come Mangano, lo stalliere di Arcore : un eroe, dei cui servizi lui è stato senz’altro un utilizzatore finale”.
Ricordiamo che il leader del PdL definì Mangano un eroe per il fatto che rimase in carcere fino alla morte senza fare il suo nome. E ricordiamo che fu proprio Dell’Utri a far conoscere Mangano a Berlusconi.
C’è chi dice che Dell’Utri si senta “scaricato” dal premier e che questo suo sentimento possa portarlo a dire qualcosa di nuovo…
Per questo ci chiediamo : di chi ha paura Berlusconi ? Dei magistrati o del suo amico Marcello ?
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