editoriali
Lun, 12/07/2010 - 05:42
di Claudio Fava
"Arrestato il noto faccendiere piduista Flavio Carboni. Voleva corrompere i giudici della Consulta assieme al noto pregiudicato per fatti di mafia Marcello Dell'Utri. I due si erano accordati anche per sostenere la candidatura alla presidenza della Regione Campania di Nicola Cosentino, scampato a un mandato di cattura perchè deputato, indicato da più pentiti della camorra come cosa loro...". Ma se v'avessero detto qualche anno fa che un giorno avreste letto questa notizia, come avreste reagito?Riepiloghiamo. Ci sono tre figuri che in un modo o nell’altro, ma sempre per vie giudiziarie, hanno a che fare con la P2, Cosa Nostra e la camorra e che si ritrovano mescolati nella stessa torbida storia. Storia infelice di giudici corruttori, di una legge incostituzionale che si vuol far passare per legittima, di un sistema politico che si mette in moto attraversando gli strati più oscuri e più malavitosi del paese per garantire a Silvio Berlusconi l’impunità del lodo Alfano… La nostra fortuna è nella schiena dritta dei giudici della Corte Costituzionale che quel lodo hanno dichiarato, nelle sue parti più oscene, illegittimo. Ma se alcune di quelle schiene si fossero piegate, se l’amico dei mafiosi, il piduista e il sottosegretario in odore di camorra avessero ottenuto il loro scopo, se il capo del governo italiano si fosse trovato tout à coup garantito e impunito per opera dei suoi amici corruttori, come lo chiamereste questo scenario? Dall’altra parte dell’oceano, in paesi senza peli sulla lingua, avrebbero usato una sola parola: golpe.
Lun, 05/07/2010 - 05:25
di Claudio Fava
Chissà perché la nostra memoria, come certi computer afflitti da virus malefici, si azzera e si riattiva obbedendo a scadenze imperscrutabili. Prendete Ustica, l’aereo dell’Itavia precipitato in fondo al Mediterraneo con 81 poveracci a bordo.Sono passati trent’anni esatti, che è un tempo sufficiente per immaginare che ogni atto politico, istituzionale o giudiziario per ottenere verità sia già stato compiuto da tempo: ricerca di riscontri oggettivi, esame dei tracciati radar, richiesta di collaborazione ad altri paesi… Scopriamo invece che solo adesso la Procura di Roma chiede agli Stati Uniti le registrazioni radar di quella notte su tutto lo spazio aereo italiano. E che il ministro della Giustizia (il quindicesimo in carica dai giorni della strage) ha finalmente firmato una rogatoria formulando alle autorità americane alcuni urgenti quesiti: era in corso una esercitazione militare quella notte nei cieli del Mediterraneo? Fu impegnata anche una portaerei americana? Quanti aerei della US Force volavano nel nostro spazio aereo? Da dov’erano decollati? Domande legittime e di buonsenso. Che arrivano, con i crismi formali di una rogatoria, a trent’anni esatti da quei morti. E allora il buon senso si va a fare benedire. Scoprire e denunziare un buco di verità tre decenni dopo i fatti, scoprirlo proprio i giorni in cui di quella strage si parla perché cade il suo anniversario, non si chiama buonsenso ma retorica, la vecchia, bolsa patria retorica che pone le domande giuste nei secoli sbagliati, che s’interroga sui furti di verità che ancora pesano su Ustica ma lo fa solo quando c’è da osservare il minuto di silenzio alla memoria, che s’indigna quando scatta l’ora delle commemorazioni, un’italietta dai buoni sentimenti a comando, come accade in televisione quando l’omino tira fuori il cartello su cui c’è scritto “applausi” e tutti decidono che è tempo di applaudire. Prendete questa malinconica epifania sulle stragi del ’92 e sulle bombe mafiose del ’93: aprire ogni mattina i giornali e apprendere che qualcuno tra i padri della patria, tra gli augusti notabili della prima repubblica ha la bontà di dirci oggi ciò che sa, o sospetta, da diciotto anni è uno spettacolo imbarazzante.
Lun, 28/06/2010 - 05:34
di Claudio Fava
Per commentare le reazioni della Fiat al voto di Pomigliano non occorre scomodare la lotta di classe: basta attingere ai principi della buona educazione. Che manca, vistosamente, nelle parole dell’amministratore delegato Marchionne. Alla buona creanza, che è anzitutto il rispetto dovuto alle ragioni degli altri (soprattutto se quelle ragioni rappresentano il sentimento di quattro operai su dieci…), Marchionne ha sostituito la pretesa prima (e poi la delusione) per un plebiscito: avrebbe voluto che l’accordo imposto dalla Fiat fosse ratificato da tutti gli operai.In questo, ci perdoni Marchionne, riproponendo stile e concetti da razza padrona. Anche nella sua stizza mal controllata: ma come, io vi ho promesso l’investimento e voi, invece di ringraziarmi, mi votate contro? È un’idea originale del rapporto tra impresa e sindacati. Riepiloghiamo: c’è un referendum per chiedere agli operai cosa pensano di un accordo che si applicherà sulle loro carni vive, ma di quel referendum l’azienda è disposta ad accettare solo il voto di chi è d’accordo: gli altri, s’arrangino.
Lun, 21/06/2010 - 05:31
di Claudio Fava
L’indignazione, dalle nostre parti, è un mestiere dai tratti aristocratici. Ci si indigna per le libertà violate, per i bavagli all’informazione, per i puntigli e i principi: le piazze si riempiono di camicie viola e megafoni, i giornali dedicano dozzine di pagine a raccogliere i sentimenti di un intero popolo, si consultano opinionisti, padri della patria, oracoli, ci si incatena davanti ai cancelli della Rai o al portone perennemente chiuso di Palazzo Chigi.Nulla di tutto questo è accaduto ai margini della vicenda di Pomigliano.Ovvero di fronte all’offensiva padronale della Fiat contro i diritti degli operai, diritti indisponibili perché affermati e tutelati dalla Costituzione, come il diritto riconosciuto a qualsiasi lavoratore di poter scioperare per difendere le proprie ragioni. Quel diritto, nella proposta di contratto di Marchionne, si trasforma in un viatico al giusto licenziamento come non accadeva nemmeno nella Fiat di Valletta. Marchionne e questo governo chiedono che, in cambio di investimenti sullo stabilimento di Pomigliano, i lavoratori della Fiat rinuncino al contratto collettivo, alla mensa, a turni di lavoro meno massacranti. Perché il popolo viola tace? Perché su questa battaglia di principi e di diritti non si sono ascoltate le voci alte e indignate che abbiamo registrato sul bavaglio ai giornalisti? Perché i direttori dei grandi quotidiani italiani hanno derubricato questa faccenda a una contesa interna alla CGIL e non a uno scontro di civiltà tra un mercato che non vuole lacci e lacciuoli e la civiltà del lavoro che è anzitutto luogo di dignità?
Dom, 13/06/2010 - 20:49
di Claudio Fava
Tra le notizie che ieri i giornali italiani, tutti o quasi, hanno appena sussurrato senza che vi fosse da temere alcun bavaglio c’è la decisione della corte costituzionale che cassa definitivamente quell’ammennicolo razzista che era l’aggravante della clandestinità per i reati commessi dagli immigrati. Una norma vistosamente illegittima che stabiliva un aumento della pena fino a un terzo se chi commetteva il reato aveva su di sé la colpa di non provenire da questo nostro piccolo mondo ariano e felice. Insomma, per prenderti una pena più dura non importava cosa avevi fatto ma chi eri, che pelle avevi, che chiesa frequentavi, che passaporto t’aveva infilato in tasca il destino. Una norma da manifesto della razza, votata in allegria dalla maggioranza di centrodestra con il disciplinato contributo dei deputati finiani (la cosiddetta “sinistra” della destra…). Dopo essere stati trattati da squilibrati dall’intera comunità internazionale, dopo aver ricevuto le formali reprimende delle nazioni Unite e dell’Unione Europea, una pezza ce l’ha messa la suprema corte stabilendo che, fino a quando sarà in vigore l’articolo 3 della Costituzione, l’idea di stabilire gerarchie giuridiche tra gli umani non fa parte delle licenze concesse a questo governo. A margine, un paio di considerazioni. La prima riguarda il Presidente della Repubblica. E la esprimiamo in due righe, il giorno in cui dal Quirinale arriva l’eco del fastidio di Giorgio Napoletano per i troppi suggerimenti a non firmare leggi di dubbia costituzionalità.